Come è andata a finire la protesta dei migranti e altre riflessioni

Torno a scrivere sul tema che ho trattato l’altra sera, la protesta dei migranti e tutto quello ne è derivato. Ne sono derivate, ad esempio, oltre 1000 visualizzazioni in due giorni per quell’articolo pubblicato qui sul blog. È una cifra veramente enorme per me (questo sarebbe il mio spazietto online in cui scrivo quello che mi va), che testimonia il grande interesse suscitato nei saluzzesi per questo evento. (Volendo essere un po’ cattivo, quanta di questa attenzione deriva dallo sdegno dei benpensanti, che fino a quando gli africani stanno fuori dalla città e non li sentiamo va tutto bene, ma se per caso si fanno sentire allora crea scandalo e “come mai il Sindaco non fa niente?”).
Intorno al blog si è anche creata una certa discussione, con interventi ed intervenuti di una certa qualità, fra cui l’assessore Marcella Risso e il sindaco Paolo Allemano. Visto il movimento che c’è stato, ho pensato di realizzare una continuazione, per dare rilevanza ad alcuni commenti e proseguire la condivisione dei miei pensieri.

Inizio con un mea culpa. Descrivendo la situazione dei servizi igienici a disposizione dei migranti del campo abusivo ho parlato solamente di quelli presenti al foro Boario. (Tra l’altro con delle imprecisioni: non sono «una doccia, un paio di gabinetti e qualche rubinetto» ma cinque bagni, cinque prese d’acqua, una doccia e un lavatoio. Non una reggia, ma cinque è sempre meglio di due.) Non ho però citato il servizio docce per i braccianti avviato dall’Amministrazione presso i locali messi a disposizione dal Consorzio Monviso Solidale («Dall’inizio di luglio tutte le sere, tranne la domenica, due volontari a turno aprono le due docce e un servizio igienico presso il consorzio per due ore. Passano ogni sera oltre 25 persone, altri ricaricano il cellulare e grazie al Circolo Ratatoj passano un po’ di tempo in quello spazio.»). Non ho pensato di nominarlo perché stavo cercando di spiegare perché si fosse arrivati all’allacciamento abusivo per portare l’acqua più vicina al campo; in questo modo però il quadro generale è rimasto incompleto, ringrazio quindi per chi me l’ha fatto notare.

Partiamo dalla fine. La mia -provocatoria- riflessione finale ha suscitato molte reazioni.
Michele mi ha risposto: «Ben, la risposta è no. 500 italiani accampati fuori città farebbero paura, rabbia, schifo uguale, a coloro che oggi invocano la repressione. Chi non ha nulla da perdere è una minaccia implicita in una società dove il metro di giudizio del valore è la capacità di avere e soprattutto accumulare.»
Marcella invece mi scrive: «Ti faccio solo notare, rispetto alla tua chiusa, che mai e poi mai a 100, 200 italiani sarebbe stato permesso di accamparsi in un’area pubblica. Basta chiederlo a quei “ragazzi” saluzzesi, con qualche problema, che l’hanno fatto lo scorso anno.» In linea con il commento di Paolo Allemano: «Posso assicurarti che nei confronti dei rom e di quanti cercano sistemazioni tipo campeggio selvaggio il comune è assai più rigoroso.» Questo risponde in parte a chi chiede che il Comune faccia di più per aiutare questi disperati, ma offre il fianco a leghisti e intolleranti vari che non tollerano questa “condiscendenza” e continuano a chiedere il pugno di ferro per risolvere il problema.

Il resto del commento del Sindaco affronta il problema specifico dell’acqua. «Faccio solo notare che i bagni sono cinque, le prese d’acqua altrettante, più un lavatoio e una doccia. Il tutto in un unico blocco a una distanza non di 300 metri ma 80-100. In più ci sono le docce del consorzio aperte la pomeriggio, la casa del comune. Francamente non è una distanza impossibile, compatibile con quella che si trova nei grandi campeggi e certo non sono 100 metri a spaventare gli africani. Il problema è che realizzano che non troveranno più lavoro essendo la stagione al picco e l’acqua rubata al comune e poi -necessariamente- tolta, ha fatto da detonatore. È a mio avviso grave la responsabilità di chi ha rubato l’acqua violando il diritto, contravvenendo palesemente le disposizioni, creando una situazione dal punto di vista igienico ancora più precaria e aumentando il contatto critico con i campi che circondano il foro boario.» Qui ci sono alcuni passaggi fondamentali, ma rimando a dopo la riflessione per finire di parlare della protesta in sé.

A questo proposito, l’argomentazione più interessante è arrivata da Marcella. «Si corre il rischio di un razzismo alla rovescia: “se sono nero dovete dimostrami di non essere razzisti consentendomi di fare ciò che voglio”, perché ad ogni no, ad ogni regola la risposta è “tu dici questo perché io sono nero!” Questo non vale ovviamente per tutti i migranti: c’è chi ben sa e capisce che nulla di quanto chiedono è dovuto e che per loro c’è stata attenzione e collaborazione di molti.»
Infine, alcuni hanno espresso dubbi sulla manifestazione, definita da alcuni «“spintanea” più che spontanea». Non ho i mezzi per valutare, sono arrivato a rotonda già occupata e ad “animi già agitati”. In generale, però, tendo ad essere d’accordo con Davide quando mi parla del rischio di «focalizzare colpevoli esterni per l’incapacità (o l’impossibilità) di risolvere il problema, spostando attenzione e problema».

Fortunatamente questa volta mi sembra che non si sia caduti in questo errore, non si è perso molto tempo a lanciare accuse in giro e si è affrontata la questione direttamente.
Mercoledì mattina infatti, il giorno dopo la protesta, un ampio gruppo di migranti si è diretto verso il Municipio dove quattro delegati sono saliti a parlare con il Sindaco. Per raccontare lo sviluppo degli eventi, ho trovato chiaro ed equilibrato il comunicato diffuso dall’Amministrazione comunale.

Questa mattina, mercoledì 7 agosto, l’Amministrazione Comunale -rappresentata dal Sindaco Paolo Allemano, dal Vicesindaco Fulvia Artusio e dall’Assessore alle Politiche di integrazione Marcella Risso- insieme al vicequestore di Cuneo Donatella Boscassi, al colonnello dei Carabinieri Flavio Magliocchetti, Comandante provinciale dell’Arma, e al Luogotenente Fabrizio Giordano della Stazione di Saluzzo, ha incontrato una delegazione di migranti, all’indomani della manifestazione di protesta inscenata in Corso Roma.
I rappresentanti scelti quali portavoce erano quattro africani giunti a Saluzzo per la prima volta quest’anno e provenienti da altrettanti centri di accoglienza per i migranti forzati (di Rimini, Parma, Piacenza e Macerata). Il loro intervento ha permesso di delineare con maggiore chiarezza il quadro della situazione: oltre la metà dei cinquecento immigrati che stazionano presso il Foro Boario non ha nulla a che vedere con i flussi stagionali di lavoratori extracomunitari. Si tratta invece di migranti forzati, accolti in Italia perché in fuga da conflitti, persecuzioni o disastri naturali, che hanno ottenuto il diritto di asilo; quasi tutti sono giunti a Saluzzo quest’anno per la prima volta, sovente dopo essere stati espulsi da altri paesi dell’Unione Europea, dal momento che i documenti di cui dispongono hanno validità solo sul territorio italiano.
A scatenare la protesta è stata la rimozione di un allacciamento abusivo alla rete idrica -che in ogni caso non ha minimamente precluso ai migranti la possibilità di approvvigionarsi di acqua, perché nei pressi dell’accampamento sono stati messi a disposizione degli immigrati lavandini, docce e bagni, tutti provvisti di scarichi idonei- ma si è trattato di un semplice pretesto per segnalare all’attenzione della collettività il vero problema di fondo, ossia la perdurante carenza di lavoro. È stato spiegato loro che l’amministrazione comunale non può in nessun modo forzare un mercato del lavoro soggetto a molteplici componenti (quali i flussi tradizionali, il ritorno dei lavoratori italiani, la concorrenza dei braccianti cinesi o provenienti dall’Europa dell’Est e degli extracomunitari residenti).
Per fornire un’idonea sistemazione ai lavoratori stagionali, il Comune di Saluzzo, in collaborazione con la Coldiretti, ha predisposto un efficiente piano di accoglienza, che ha coinvolto le 200 persone impiegate nella raccolta della frutta e, sin dai primi arrivi, ha inteso disincentivare la permanenza di quanti non erano previsti, mediante un’ordinanza mirata a prevenire la formazione di accampamenti non autorizzati. Gli immigrati che stazionano presso il foro Boario, pertanto, non solo non sono stati in alcun modo invitati, ma anzi si è cercato, con le poche vie praticabili e con le indispensabili collaborazioni delle forze dell’ordine, di scoraggiare la permanenza in città di quanti non avevano un regolare contratto di lavoro. Ciononostante, molti migranti hanno comunque preferito rimanere, suscitando inevitabilmente problematiche di tipo umanitario: per costoro non mancano cibo, acqua, servizi, ma non saranno effettuati ulteriori interventi, perché in questo modo non si farebbe altro che incrementare ulteriormente la frustrazione di chi aveva mal riposte aspettative di lavoro.
Al termine dell’incontro, i delegati si sono impegnati a far rientrare la protesta prendendo atto della disponibilità dell’Amministrazione a collocare una fontana all’interno del campo.

Da queste righe emergono chiaramente due punti importanti.
Citando di nuovo Davide, è chiaro che «il tubo abusivo dell’acqua tolto è stato per la manifestazione dell’altro giorno come l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando per la I guerra mondiale», come già aveva scritto in precedenza Paolo Allemano nel suo commento. Purtroppo per il problema del lavoro non ci sono davvero soluzioni…

L’altro passaggio che mi preme sottolineare riguarda il contrasto fra la volontà di assicurare una sistemazione decente ai migranti accampati da un lato e dall’altro l’intenzione di disincentivare l’arrivo e la permanenza di chi non ha un lavoro.
Certo, si rischia che garantire un minimo di dignità passi tramite azioni che siano contro la legge… il campo stesso è illegale, ma vogliamo togliere loro anche quelle baracche? (Quello previsto dalla legge è sempre giusto?)
Invece il tentativo di «scoraggiare la permanenza» può anche significare negare alcune (non chiamiamole comodità) facilitazioni a chi si trova in una situazione già molto disagiata. Una condotta che può risultare antipatica.

Non voglio fare né moralismo da quattro soldi, né fare lo sputasentenze, nè improvvisarmi giornalista o esperto. Sto semplicemente facendo il blogger, scrivo e condivido con voi riflessioni che non hanno alcun valore assoluto e valgono tanto quanto le vostre. Il mio obiettivo di questa sera non è dimostrare chi sono i cattivi e chi sono i buoni, ma provare a vedere (e farvi vedere) la situazione da più punti di vista…
Indubbiamente il Comune fa bene a non incentivare l’arrivo di altri migranti, ma come si fa a non essere umanamente vicini a chi vive in un baracca? Come si fa a non capire che si tratta di disperati, che rimangono -anche se senza lavoro- con la speranza di essere assunti per la raccolta delle mele, o dei kiwi? E che con la speranza (e la disperazione) non si può ragionare?

Be’, qualcuno che non riesce a capirlo c’è. L’amministrazione comunale è infatti presa fra due fuochi: da una parte chi ha a cuore i migranti e vorrebbe una sistemazione più dignitosa, dall’altra chi lamenta il lassismo del Comune e vorrebbe il regime duro.
A questo proposito si sprecano gli status su Facebook («Vi abbiamo dato asilo, letti in cui dormire e cibo. In quanto al lavoro, messi al pari di tantissimi giovani ITALIANI che lo stanno cercando tanti quanto voi. Non vi possiamo dare di più! La manifestazione è un attimo intollerabile! Andatevene se non vi va bene così.»), i commenti della gente per strada, le lettere sui giornali (vista la pausa estiva sui giornali online come
targatocn.it), i commenti qui sul blog e le dichiarazioni dei leghisti di cui facevamo tranquillamente a meno.
Politici che affermano «Chi li ha fatti venire con il falso mito del lavoro (che non c’è neppure per i saluzzesi) e del terzomondismo buonista e caritatevole, adesso toglie loro l’acqua» dimostrano a più riprese di non aver capito niente: ad esempio l’acqua non è stata tolta e nessuno «li ha fatti venire».
Questo invece è uno dei commenti ricevuti sul mio blog. «La legge è uguale per tutti. Io non mi allaccio abusivamente all’acquedotto altrimenti arrivano i carabinieri. Punto. Prima di tutto la legalità, poi viene il resto (non si fossero allacciati abusivamente poi non si sarebbero lamentati con il ripristino della legalità). Secondo, se i posti di lavoro sono esauriti, cosa ci stanno ancora a fare? Chi li fa stare lì? Magari consigliandoli di aspettare che forse qualcosa si trova o altro? Oggi protestano per l’acqua, domani per cosa? (E non è nella loro cultura questa metodologia di protestare. Chi li ha aizzati?) Se poi la Caritas o la Chiesa vogliono farsene carico, il Duomo è molto grande (Papa Francesco approverebbe).»
Non credo ci sia molto da aggiungere, credo che queste righe parlino da sé. Trovo disarmante l’assenza di ogni traccia di empatia verso chi si trova in una situazione peggiore della nostra. Mi amareggia tantissimo, inoltre, che queste persone ritengano che la solidarietà sia un valore da relegare alla Chiesa e ai credenti. Meno male che c’è la Caritas, ma non dev’essere l’unica soluzione. Come dimostrano i volontari che tengono aperto il servizio docce presso i locali del Ratatoj, la solidarietà può essere laica, o atea. Può essere al di là di un Dio o di un credo, può essere in nome della Costituzione Italiana o della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, può essere in nome di un sentimento di umanità universale… Non bastano la Liberté e l’Égalité, che fine ha fatto la Fraternité?
Su tutte le altre esternazioni risparmio i commenti, non sono sicuro se ci stiamo infilando in una guerra fra poveri o se ci sono semplicemente troppe persone concentrate unicamente sul proprio ombelico.

Mi rendo perfettamente conto che tutto quello che ho scritto non serve a nulla, se non a tentare di sviscerare il più possibile una situazione complessa. Non ho soluzioni, non ho risposte, non ho idee geniali… Come già per il precedente articolo, mi ha spinto il desiderio di raccontare quello che vedo, raccontarvi come lo vedo io e cercare di capire come lo vedono altri attori coinvolti.
Purtroppo però -e chiudo il cerchio citando di nuovo Michele- è vero che «ogni contributo alla reciproca comprensione è utile. Però non c’è soluzione. D’ora in avanti, per quanto mi concerne, io il termine “migranti” cercherò di non utilizzarlo più: 500 persone accampate senza lavoro né mezzi di sussistenza, in balia degli elementi umani e meteorologici, sono un campo profughi. Per questo non c’è soluzione, non è una questione che si risolve con un’alzata di spalle o una delega a un comune».
Come mi scriveva con amarezza Davide, «
a nessuna delle Istituzioni (comuni esclusi, poi posso non essere d’accordo su cosa hanno fatto…) gliene frega nulla. Provincia, Regione, Governo, Questura, Prefettura… Sono stati tirati in causa varie volte e non fanno nulla. Il fenomeno non è più di piccolo raggio, le istituzioni non ci sono.
Prima ce la menano con il rispetto istituzionale, l’importanza dei ruoli… Poi, 4 anni e 0 risposte».

In sintesi, il mio invito è quello di informarvi a 360°. Cercate di capire il punto di vista di tutti: dei migranti, del Comune, degli Antirazzisti, della Caritas, della Coldiretti e anche del saluzzese scazzato -magari pure leghista- che vorrebbe cacciare tutti. Alla fine non avrete risolto nulla, le vostre opinioni continueranno inevitabilmente a cozzare con quelle di qualcun altro, ma almeno avrete fatto un ottimo esercizio di immedesimazione. Per andare oltre agli antagonismi e scoprire l’umanità che sta dietro quello che la pensa diversamente da me.

Concludo con una sponsorizzazione. Andrea Fenoglio è un regista che ha deciso di seguire quanto sta accadendo in questi mesi con un occhio particolare, dando vita al progetto La Terra che connette. Questo lavoro consiste in un documentario a puntate, una serie di episodi disponibili sul web che cerca di raccontare -proprio come piace a me- lo svolgersi degli eventi guardandolo da diverse angolature. È un prodotto di qualità, che merita senza dubbio attenzione.

La Terra è l’elemento forte attorno al quale ruota questo progetto documentaristico. La terra fuggita dai migranti, la terra ritrovata, la terra che dà lavoro e sostenta. La terra in quanto proprietà e “mezzo” di produzione.
Un territorio circoscritto -il Saluzzese, terzo comparto frutticolo d’Italia- diviene un paradigma per poter interpretare gli elementi di interconnessione tra le esperienze dei migranti di oggi e degli autoctoni che li ospitano nelle “loro” terre. Un tema scottante raccontato attraverso una poliedricità di punti di vista: i migranti stagionali e stanziali, gli agricoltori datori di lavoro, le associazioni di categoria, i sindacati, le istituzioni, gli organismi di accoglienza, la società civile.
Negli ultimi anni il Saluzzese è arrivato alle cronache nazionali per la presenza sempre più massiccia dei braccianti africani e il problema conseguente della loro accoglienza stagionale. Questo lavoro affronta in profondità le esistenze di uomini e donne che si trovano a condividere in un territorio caratterizzato, esperienze solo apparentemente distanti. Accorgersi delle linee che connettono queste esperienze -tramite scontri a volte anche duri- vuol dire riappropriarsi di un concetto di comunità in quanto organismo fatto di parti diverse ma cooperanti.
L’importanza dell’indagine locale -e non localistica- apre il discorso al contesto globale.

Foto TargatoCn.it

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2 risposte a Come è andata a finire la protesta dei migranti e altre riflessioni

  1. Pingback: Proteste dei migranti a Saluzzo: cosa è successo e qualche riflessione | Q.I. – Qualcosa d'interessante

  2. Alessandro Midulla ha detto:

    Mi trattengo dal dire tante cose perché non mi impegno in prima persona e quindi non avrei diritto di parola, ma lasciami almeno utilizzare la memoria di fatti che ho potuto seguire direttamente.
    Alla fine degli anni Settanta il disagio giovanile che investiva le metropoli e il Sud d’Italia produceva una migrazione interna che aveva portato nel Saluzzese centinaia di giovani italiani, padani compresi. Ti garantisco che il loro comportamento era molto meno corretto di quello dei migranti africani. La polizia aveva caricato. Le lamentele di molti locali erano del tutto simili a quelle attuali (concordo con Michele Fino, anche se la mentalità razzista è sempre pericolosamente latente, quando si attacca qualcuno per quello che è – terùn o moru – e non per quello che fa).
    Molti amministratori saluzzesi si dedicano al problema in modo ammirevole. La realtà è questa, non un’altra che desidereremmo. Le forze dell’ordine e molti amministratori la affrontano come sanno e come possono e – mi pare – più saggiamente di 35 anni fa. Ricordo, comunque che un campo di tendine e sacchi a pelo occupava il prato dietro l’attuale scuola di marcia e a disposizione (si fa per dire) c’erano un vespasiano e una fontanina!
    Allora il sindacato dei lavoratori agricoli, in particolare della CGIL aveva condotto un gran lavoro d’inchiesta, di organizzazione e di trattativa (ricordo Lanzo e Cingolani) oltre che di pressione sull’Ispettorato del Lavoro e sull’uffficio di collocamento, come si chiamava allora, contro ogni forma di caporalato e per il rispetto delle paghe minime sindacali.
    Se teniamo conto di questi e altri aspetti, che rendono maledettamente complessa e difficile la situazione, forse evitiamo di prendercela per un tubo o per una rotonda un po’ più movimentata, cioè non ci limitiamo a guardare l’albero – o addirittura la foglia – senza non accorgerci della foresta.
    Anche il fastidio di chi non vuol avere fastidi è una realtà di cui tenere conto: non credo che bastino gli appelli umanitari, purtroppo. Addirittura chi è stato migrante fino a ieri ed ha appena trovato un minimo di stabilità in Italia tende a dimenticare l’ostilità subita e a non solidarizzare con altri diversi sia dagli italiani sia da loro.
    È chiaro che ognuno regola le proprie opinioni e soprattutto le proprie azioni scegliendo di conoscere tutte le realtà e decidendo quale realtà vuol favorire. Nei momenti drammatici, lo scriveva Vittorini, ci sono Uomini e No. Chi ha appena lucidato il pavimento di casa e sente che una persona in una giornata di pioggia è stata investita da un automobile davanti alla sua porta può anche dire che su un pavimento lucido non si entra con le scarpe infangate e insanguinate. Punto. Prima di tutto l’igiene! Oppure può capire che le priorità non sono sempre le stesse e sceglie di fare la cosa giusta. A me sta più simpatico uno che accetta di sporcare il pavimento per aiutare un suo simile. E a te?
    Grazie per il tuo impegno.
    Sandro.

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