Delirio di notte n°2

Dopo il Delirio di notte n°1, mi ritrovo un’altra volta a scrivere in orari improponibili.
Scrivo queste righe “alla vecchia maniera”: carta e penna e lampadina. Il computer è dal tecnico per quel benedetto cavo di alimentazione difettoso, domani se ho tempo ricopio tutto sul blog.

Se fossi uno scrittore le parole fluirebbero veloci e sicuro, ma soprattutto saprei cosa scrivere, cosa voglio dire, cosa voglio trasmettere. Invece sono un chitarrista, a cui piace suonare e insegnare musica, sono un animatore all’oratorio, sono un accanito lettore, insomma sono tante cose ma non sono uno scrittore.
Però sono qui, con un foglio ed una biro, perché voglio fissare sensazioni, profumi e pensieri di questa notte. Voglio gettare qualche briciola di pane sul sentiero della mia storia.

Torino di notte.
Sono tornato in collegio tardi, ho camminato per circa mezz’ora a notte inoltrata, dopo le 2. E’ primavera, ma sembra quasi una notte estiva. Un po’ le temperature, un po’ gli odori. Un po’ semplicemente perché nelle notti invernali non vedo l’ora di ritornare a casa, mentre stasera il clima sembra invitarti a rimanere in giro, a stare sveglio, a passeggiare e camminare, a scoprire.

Mi sono spostato in cortile per continuare a scrivere, sento i rumori della città notturna attorno a me.
Qualche auto di passaggio, un clacson sporadico, niente di più. Prima il panorama acustico era più vario: la sirena di un’ambulanza, un paio di cantieri notturni.

E’ martedì sera, le strade sono quasi deserte: quasi un paesaggio lunare, tutto illuminato ma inanimato, saracinesche e portoni chiusi, persino quelli della stazione di Porta Nuova. Solo qualche pub rompe la monotonia.
Sotto una casa ci sono due ambulanze, qualcuno sta male… poco prima ho incrociato due camion dei pompieri, chissà dove andavano in questa notte apparentemente tranquilla.
Piccoli frammenti di vite altrui che ti colpiscono, che riescono a catturare la tua attenzione solo perché la rarità degli eventi intorno a te ti permette di soffermarti su qualcosa.
Quiete di notte batte Frenesia diurna 2 a 0.

Mi tengo sulle vie e corsi principali, non dovrebbero esserci rischi ma sarebbe solo inutile infilarsi in vicoli laterali. Anche così incontro poche persone: qualcuno in bici, un paio di coppiette, qualche gruppetto di amici. E’ martedì sera, la movida è in pausa di riflessione.
Mi imbatto in molti senzatetto. Anzi, numericamente non sono poi così tanti, meno di una decina: sono accampati su una panchina, ai bordi del marciapiede contro un muro, dietro un angolo per ripararsi dal vento. “Dieci” di per sé non è un numero grande, però mi colpisce pensare (anzi, il pensiero non è un problema, quello che urta è vedere e scontrarsi con questa realtà) che qualcuno debba dormire all’aperto perché non riesce a trovare un posto migliore per passare la notte.
Una coppia. Dormono vicini, sono loro ad usare l’angolo di un edificio come riparo. Non mi fermo, passo veloce che è già abbastanza tardi, sembrano giovani, sulla trentina credo, chissà qual è la loro storia.
Chissà qual è la storia di queste persone. Non ci pensiamo, siamo troppo presi dalle nostre vite. E come darci torno? A volte non ci si accorge di chi ci accompagna nelle nostre giornate, e dovremmo pensare agli sconosciuti?
Chi è il mio prossimo? Il mio coinquilino con cui praticamente non ci parliamo che mi lascia un biglietto chiedendomi di chiudere la porta della camera a chiave quando torno, o i senza tetto accampati per la strada? Ecco perché li ignoriamo… loro, le prostitute, i mendicanti e tutti quelli che ci infastidiscono con la loro vista: per non sentirci inutili e impotenti.
Per non chiederci: cosa posso fare io per loro? Non ci interroghiamo perché il rischio di una risposta diversa da “niente” è troppo alto, poi dovremmo uscire dalla nostra passività. No no, meglio non correre rischi…

Profumi, suoni, sensazioni.
Quel senso di pace che ti porta a riflettere, quella serenità e tranquillità che solo una città addormentata di può trasmettere. Quel quid che ti tiene sveglio fino alle 3 in cortile a scrivere.
Scrivere fino a quando il tuo corpo ti segnala che hai accumulato troppa stanchezza. E’ ora di dormire, anzi, è ora di dormire già almeno da un paio d’ore.
E posi la biro e te ne torni in camera.

E un’altra volta è notte e suono,
non so nemmeno io per che motivo, forse perché son vivo
e voglio in questo modo dire “sono”
o forse perché è un modo pure questo per non andare a letto
o forse perché ancora c’è da bere
e mi riempio il bicchiere…

[…]

E un’ altra volta è notte e suono,
non so nemmeno io per che motivo, forse perché son vivo
o forse per sentirmi meno solo
o forse perché la notte vivon strani fantasmi e sogni vani
che danno quell’ipocondria ben nota,
poi… la bottiglia è vuota…

Parafrasando Guccini… “E un’altra volta è notte e scrivo…”

 

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6 risposte a Delirio di notte n°2

  1. il meglio vien sempre col calare dell’ombra…. scriviamo e giriamo di notte, la notte è un’ottima musa

  2. Tisti ha detto:

    Ciao Bengi, leggo con passione il tuo blog, bravo, scrivi cose intelligenti e profonde, che mi ricordano cose già vissute, e con le tue parole torno un po’ indietro nel tempo…ù
    Un abbraccio
    Tisti

    • Benguitar90 ha detto:

      ciao tisti bello, è un botto che non ci vediamo…
      mi faccio vivo fra poco per sapere se posso passare una volta a trovarvi 🙂 così rivedo il resto della famiglia. 🙂
      ciau, a presto

  3. Antonella ha detto:

    Mi ha fatto sorridere a mezz’aria leggere queste tue righe, Ben… E sai perché? Domenica sera, fra l’una e le due di notte, ho fatto esattamente la stessa cosa. L’unica differenza fra il tuo vagar di notte ed il mio, era l’avere tutto Creuza de ma nelle orecchie ( e nell’anima) e un volante fra le mani, a passo d’uomo, fra le pietre addormentate di una città sonnacchiosa, vuota, pacifica. Io non ho incontrato senzatetto. Ho ricordato però la meraviglia delle ombre agli angoli, il buio oltre le cime di tigli odorosi, e l’odore dei caffè dei coraggiosi bar notturni. E la malinconia, quella dolce, quella che anche se piangi non ti fa male, e non ti rende esausto, la malinconia dei viali alberati fra gli incastri di cattedrale e case e sanpietrini levigati da pioggia e scarpe e passaggio di piedi, piedini, piedoni, di tutti e nessuno, me compresa, ecco, quella malinconia è ciò che di più lieve possa salvarci, in notti come queste. Grazie Benni. 🙂 un abbraccio.

  4. Stefi ha detto:

    Ciao Bengi, se mi permetti, tu SEI uno scrittore, secondo il significato che io attribuisco a questa parola… essere scrittori, infatti, non vuol dire soltanto saper scrivere correttamente, fluidamente ecc.ecc., ma soprattutto è una cosa che ci si sente DENTRO, un bisogno, una necessità, quasi una schiavitù a volte, che costringe ad esempio a restare alzati alle ore più impensate per trascrivere parole e stralci dell’anima, perché se non lo fai resta quasi un peso sullo stomaco, qualcosa che muove su e giù e che deve essere buttato sulla carta… può essere un pensiero, una frase, un paio di versi… ma se non lo scrivi è come se fossi “incompleto”. Te lo dice una che è scrittrice dentro, da quando avevo otto anni ho cominciato, ho scoperto la bellezza dell’introspezione e del confidarsi a se stessi tramite un diario, e so che non potrò mai smettere, è una vocazione. Sono così abituata a scrivere che quando lo faccio il mio cervello è connesso direttamente alla penna, il che vuol dire che quasi non mi rendo più conto del passaggio dal pensiero alla scrittura, resta quasi un flusso di coscienza e poco me ne importa della costruzione sintattica o lessicale, lo scopo per me è esprimermi e, perché no, esprimere anche il caos che a volte regna dentro e l’illogicità di certi pensieri… e per questo a volte non sono in grado di dare chiari contorni a quello che sento o penso, ma ci provo ugualmente perché non posso fare altrimenti.
    Riconosco in te lo spirito di uno scrittore, che essenzialmente, per me, è un osservatore che lascia traccia dei suoi pensieri, perché se chiedi in giro non tutti, anzi probabilmente ben pochi sentono quest’esigenza di scrivere.
    Ti lascio due aforismi, il primo un po’ ironico ma senz’altro vero, il secondo riprende i versi del grande Guccini (“o forse per sentirmi meno solo”)…

    Scrivere è un modo di parlare senza essere interrotti.
    (Jules Renard)

    Uno scrittore è essenzialmente un uomo che non si rassegna alla solitudine.
    (François Mauriac)

    PS ti do un consiglio quando scrivi di notte: per risolvere il problema della luce io scrivo sul cellulare, poi ricopio il giorno seguente… quanti sms inviati semplicemente a me stessa! 🙂

  5. Pingback: E un’altra volta è notte, e scrivo… | Q.I. – Qualcosa d'interessante

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