Delirio di notte n°1

A volte senti un vuoto dentro di te. Qualcosa di grosso, ti senti inutile, senti che le tue giornate stanno scivolando via sprecate: non stai vivendo, ti stai lasciando vivere addosso.
Sei vuoto, o meglio… ti senti svuotato. Sai che non stai bene in questa situazione, ma più di tanto non riesci a farci niente.
Non credo capiti solo a me. Non penso di essere l’unico… Anzi, se il mio problema è il “vuoto”, altri probabilmente stanno peggio. Il vuoto è neutro, è brutto perché è l’assenza del bello e del vivo. È grigio, che è diverso da colorato. Ma qualcuno ha il nero, poteva andarmi peggio.

A volte le persone si rifugiano nell’alcol. Nella droga. Fanno in modo di perdere sensibilità, di dimenticare le proprie vite e di nascondersi da se stessi.
Esattamente quello che faccio anche io.
Con i libri.
Quando sei vuoto, puoi prendere in prestito la vita contenuta in quel libro per dare colore alla tua.
Quando sei giù, puoi dimenticare i tuoi problemi per farti assorbire in una dimensione parallela.
Tutti i libri vanno bene; o meglio, tutti i romanzi, e in base ai propri gusti. Anche se alcuni funzionano meglio di altri. Le saghe, ad esempio, le serie di libri: più il mondo creato dalla mente dello/a scrittore/scrittrice è complesso, più è facile lasciarsi coinvolgere. Cosa c’è meglio del Grande Universo della Fondazione di Asimov, che racconta circa 20.000 anni di futuro dell’umanità?
Con un romanzo singolo ti affezioni ai personaggi, vivi con loro, li conosci e poi… finisce lì. Non li rincontrerai mai più. Con una lunga serie è diverso.

Il fantasy e la fantascienza sono categorie privilegiate, per questo aspetto. Non solo ti coinvolgono, ma ti propongono un mondo veramente diverso in cui trasportarti, un mondo che non ha nulla in comune con la tua vita al momento presente: esattamente quello che stavi cercando.
O meglio… qualcosa in comune ce l’hanno: degli spunti, qualcosa di familiare in mezzo a tutti gli altri elementi nuovi, dei semplici ganci per tirarti totalmente dalla loro parte, un trampolino per farti tuffare nel loro mare.

Le serie. Possono essere potenti, specialmente se i protagonisti hanno la tua età. Specialmente se crescono più o meno insieme a te. E non importa se un giorno avrai 21 anni: la prima volta che hai letto quel libro avevi 17 anni, come Harry. E le sensazioni saranno sempre le stesse. Te la ricordi, la rabbia di Harry quindicenne, era uguale alla tua.
Harry Potter è più di un libro, è più di una saga. Perché la Rowling gioca sporco, è dannatamente abile. Avete presente quei film pieni di contraddizioni fra un episodio e l’altro (X-Men, ad esempio)? Tutto questo con HP non succede. Nel VI libro troverai riferimenti alla prima lezione di pozioni tanti anni prima, personaggi marginali come Ms. Figg tornano in ruoli sia pur secondari ma inaspettati, c’è un Horcrux prima di sapere che cosa sia un Horcrux, Sirius Black è uno dei primi personaggi citati, anche se non sapremo chi è fino al terzo libro… ogni cosa è al suo posto.
È tutto troppo perfetto. Non c’è niente che non funziona, combacia tutto alla perfezione. E quindi ci caschi dentro, totalmente e senza riserve. Ti ci abbandoni. Perché tutti questi dettagli rendono vere quelle pagine, perché può essere veramente una vita parallela. Perché non è come nelle serie di film (come succede in Star Wars) in cui devi documentarti per scoprire cosa accade fra un episodio e l’altro e indagare sui retroscena della trama…
Qui avviene tutto alla luce del sole. È una vita vera quella descritta, non una fantasia. O almeno, potrebbe esserlo…

È facile, quando sei svuotato, colmare il tuo disagio in questo modo. Una trasfusione letteraria, una vita esterna per compensare la tua. Ma il problema è che, al pari delle droghe o dell’alcol, l’effetto è limitato… Stai leggendo, e sei dentro il libro. E poi all’improvviso è finito, e ripiombi nel tuo te stesso, quello da cui stavi scappando. Ne vuoi ancora, e questo acuisce solo l’insofferenza per la tua quotidianità.
Non so quanto sia sano. Per carità, fegato intatto, ma non risolve nulla. È un antidolorifico, non una medicina.
Ora che sono grande non leggo più di nascosto, ora se voglio perdo tempo platealmente. Progresso? Non saprei…

Sono così tante le cose che avrei da dire.
Ad esempio, sull’effetto catartico che hanno i libri sulle tensioni personali, se viviamo insieme ai personaggi i loro problemi e poi le relative soluzioni.
O sui vantaggi di un mondo parodistico come quello di Terry Pratchett, che riesce a tirarti su il morale e a farti ridere come un deficiente davanti ad una pagina stampata.
O ancora sui film di Harry Potter, pallida imitazione, fotografia nella migliore delle ipotesi tagliata e limitata (se non addirittura sfocata e controluce) di un mondo, un mondo così impresso dentro di me che guardando questi film non posso evitare di pensare agli elementi modificati o mancanti rispetto ai libri.

Il vuoto.
Il vuoto può essere compensato prendendo in prestito vite di altri, vite letterarie. (Ma in fondo, qual è la differenza? “Certo che sta succedendo dentro la tua testa, Harry. Ma perché diavolo dovrebbe voler dire che non è vero?”) Compensi, ma non risolvi. Non riempi niente.
Per riempire c’è una sola soluzione, l’antitesi massima della passività: creare.
Qualsiasi cosa. Anche dei pensieri sparsi sui libri e su Harry Potter scritti all’una di notte in pigiama nel letto, con l’intenzione di ricopiarli il giorno dopo sul blog.
Ecco, questo aiuta. Un po’. Dopo avrai ancora voglia di leggere. Ti mancherà ancora Harry Potter, e forse andrai ancora avanti di qualche pagina con il il libro di Asimov posato sul comodino. Forse però ci sarà la differenza che passa fra desiderio e bisogno. Fra piacere e necessità. Fra con-vivere con i personaggi e voler vivere di loro.

Stanchezza. Quella stanchezza sana, il rilassamento che arriva dopo un lungo periodo di tensione.
Quella serenità che dice: ecco, non sono più così vuoto. L’ho riempito, almeno un pochino. E l’ho riempito con qualcosa di mio, senza prendere in prestito da altri.
Per questo ha funzionato.

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Parafrasando Guccini… “E un’altra volta è notte e scrivo…”

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6 risposte a Delirio di notte n°1

  1. anonimo ha detto:

    Questo è il post più bello e più intenso che hai scritto… o perlomeno, quello che mi ha colpito maggiormente. Forse perché come te avverto spesso questo Vuoto, soprattutto in questo periodo della mia vita. Come te penso che non dovrei lamentarmi, che c’è chi sta peggio, e io stessa sono stata molto peggio in altri momenti. Tuttavia non basta ragionare, razionalizzare: questo vuoto di fatto C’È, e si insinua ovunque, lentamente, corrompe ogni bellezza. A tratti è noia, quasi nausea, mancanza di entusiasmo per le cose. Mi fa addirittura pensare che, se è pur vero che c’è chi sta peggio, sia preferibile il peggio a questa mancanza di vita.
    E anche se sai di non essere l’unico a provarlo, ti stupisci quando senti qualcuno che ne parla, finalmente, in modo aperto. Se poi quel qualcuno da fuori ti sembrava così pieno di interessi, di vita, di passione, ti ritrovi quasi perplesso: anche lui, dunque, lo avverte, ogni tanto o spesso? Ma certo, esattamente come anche tu riesci a nasconderlo, soprattutto con gli altri, perché è una cosa che senti nel profondo di te, che può essere mascherata.
    Succede a tutti perché forse tutti abbiamo dentro un abisso, una voragine, c’è chi la scava di più e chi di meno, chi si accontenta di vivere più in superficie. Ma è un “buco” che può contenere, che può essere riempito anche di tante cose belle. Si tratta appunto di creare, non solo di evadere. Ci sono momenti in cui non si riesce a creare niente, e allora ci si deve accontentare di evadere, di trovare dei metodi alternativi per “sopravvivere”, aspettando un tempo migliore. L’importante è che la situazione di passività non si protragga per troppo tempo. Ogni grande artista ha avuto i suoi periodi bui, o di totale inattività.
    Il vuoto è quando manca qualcosa, e ha anch’esso una funzione, forse di riportarci al centro di noi, di farci domandare cos’è che vogliamo veramente.
    Pur comprendendo il forte limite di questo tuo “antidolorifico”, penso sia una cosa bellissima rifugiarsi nei libri, nel mondo parallelo da essi creato. Io non ci riesco, ognuno ha le sue modalità diverse per evadere (un’altra grande risorsa può essere la musica). Il vuoto, come scrivi tu, è quel senso di dispersione che porta alcuni a rifugiarsi non solo nell’alcol e nella droga, ma anche nella continua ricerca di emozioni forti, burrascose, che una volta passate in realtà lasciano un senso di aridità e insoddisfazione maggiore, una forma di appetito insaziabile. Da tutto questo in genere non si impara nulla di nuovo, mentre un libro può arricchire, dare stimoli.
    Una frase di Emily Dickinson dice:
    “Per colmare un vuoto devi inserire ciò che l’ha causato. Se lo riempi con altro, ancora di più spalancherà le fauci. Non si chiude un abisso con l’aria”
    La trovo bellissima… è un lungo cammino quello che ognuno di noi deve fare con se stesso per scoprire qual è la causa iniziale del proprio malessere.
    Riflettendo sulla tua ultima considerazione riguardo al CREARE, ho pensato allo scrivere -mi è capitato a volte di inventare storie. Scrivere, esattamente come leggere, è un modo per evadere; creando una storia, una vita, un mondo parallelo, possiamo vivere in quel mondo, staccarci dalla nostra realtà momentaneamente. Anche se lo scrivere ha un’altra faccia, credo opposta: è principalmente un modo per entrare maggiormente in noi stessi, scandagliare le nostre profondità. E’ difficile infatti scrivere una storia che non ci riguardi, creare un protagonista totalmente diverso dalla nostra personalità. Scrivere per me è sempre stato un creare piuttosto passivo, uno sprofondarmi dentro per capire meglio alcune cose. Alla ricerca della causa del vuoto, di cos’è che manca.
    Ti saluto Ben, in attesa che tu abbia piacere di condividere altri tuoi “deliri”… a mio parere i deliri della mente umana sono la cosa più interessante che esista 🙂

  2. Stefi ha detto:

    scusa sono Stefi, non volevo scrivere anonimo… 🙂

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